Ri-Scrittura

Localizzazione: Timau frazione di Paluzza (Ud)

Committente: Mentil Doriana

Progetto Architettonico: Mentil Federico

Progetto Statico: Mentil Eugenio

Cronologia: 2015 – 2016

Foto: Alessandra Bello

Impresa costruttrice: LEIF di Duzzi Marcello

Istagram : @_architess_

 

A Timau, piccoli esempi di architettura rurale resistono ancora lungo le strade del paese. Probabilmente, con il passare del tempo, si trasformeranno in altro quando le esigenze pratiche ne cambieranno i connotati a favore di mondo contemporaneo che li considera vetusti. Perdendo quel senso per cui vennero costruiti e che ancora capita di poter intravedere, seppur siano malconci e degradati. Questi esempi, rispetto al patrimonio edilizio rurale trasformato soprattutto sulla strada comunale, si presentano in forma di strana mimesi: in mezzo a facciate che obbediscono alle regole dell’abitare, si trovano le loro facciate che a me piace chiamare “ibride”. Che non sono né quello né questo.

Un tempo le case degli uomini si alternavano a quelli degli animali. La stalla al piano terra e il fienile al piano superiore. Poi il piccolo mondo agro-urbano, anno dopo anno si è gradualmente trasformato: dove prima stavano gli animali ora stanno le auto, i vecchi impalcati di legno dei piani dei granai sono diventati facciate intonacate in cui sono state ricavante aperture, spesso prive di relazione con l’esterno. Il risultato è un impersonale perdita di identità dei caratteri peculiari dei centri montani, dove le case degli uomini si alternavano alle case degli animali.

Con l’emigrazione restano i segni di una civiltà contadina che, sempre più decadenti, sono stati demoliti o peggio trasformati. Svuotati del loro significato hanno assunto nuove proporzioni. Si potrebbe dire che vi è stata o, peggio, è ancora in atto una lenta trasformazione ove in totale evidenza prende luce una terza tipologia di residenza, quelle delle auto. Allora al posto dei varchi discreti ove passavano gli animali di piccola e grande taglia ora si aprono grossi varchi per il ricovero delle auto.

Credo non sia giusto dare giudizi rispetto a tale atteggiamento, ma sottolineo come si sia optato semplicisticamente – invece di tentare di far coesistere nuove e vecchie esigenze, ricorrendo ad un fare progettuale più delicato – alla cancellazione di ogni traccia con il conseguente impoverimento di un racconto quale espressione del passato.

Il progetto illustrato riguarda due unità edilizie di cui una di esse risulta già compromessa da un intervento di adeguamento sismico successivo al terremoto del 1976. Il committente non chiede che venga disegnata una facciata, ma solamente ricavata un’apertura di passaggio per un’automobile. Colgo il compito come occasione per disegnare una facciata “nostalgica” ove il riferimento formale e materiale riportasse alla memoria della vecchia stalla che era stata un tempo.

La facciata disegnata da un ingegnere locale per poter rispondere all’esigenza di irrigidimento statico post terremoto presentava al piano superiore due fori. L’uno traccia dell’antico foro di tamponamento, l’altra una buffa finestra tamponata con un motivetto in laterizio probabilmente così realizzato in cantiere con l’intento di rendere l’intervento più “grazioso”.

Il progetto della nuova facciata elimina ogni riferimento “estemporaneo” e propone in modo molto radicale un tavolato di legno di tavole di larice affiancate. La regola compositiva, obbediente alla preesistente forometria, si basa sull’alternanza di tavole spaziate in maniera differente. Il ritmo diverso tra le parti chiuse e spaziature larghe, utilizzando quattro diverse dimensioni di tavole, arricchisce il disegno proponendo impercettibili variazioni chiaroscurali.

Dovendo aprire un’ampia apertura al piano terra, il nuovo prospetto è caratterizzato da un grosso architrave in cemento armato come separazione dei due piani. Il tavolato di rivestimento è stato avvitato a un telaio in ferro.

Inoltre l’edificio presenta, sulla strada, un forte sporto della copertura. Per questo motivo, gli agenti atmosferici avrebbero generato una variazione cromatica molto differente della superficie in legno: quelli protetti non avrebbero subito la stessa trasformazione per effetto di una mancata ossidazione e del dilavamento della pioggia.

Per far fronte a questo si poteva optare per due soluzioni diverse. La prima prevedeva di impregnare la facciata con il risultato di alterare il naturale colore del legno invecchiato. Il secondo, come poi si è fatto, prevedeva di lasciare tutto il materiale di rivestimento in esposizione diretta agli agenti atmosferici per un determinato periodo. Pioggia, sole, neve, e ancora pioggia hanno, nel tempo di un anno, conferito alle superfici una cromia uniforme, facendo si che la facciata realizzata passi inosservata alla vista così come succede per gli impalcati che ancora resistono sulla via del paese.

Gli spazi interni del piccolo edificio sono stati attrezzati con una nuova scala ed è stato realizzato un varco di collegamento tra i due immobili contigui: adesso l’edificio originario caratterizzato da una specifica tettonica si confronta con uno privo di elementi strutturali tradizionali, andati persi per l’esigenza di adeguare sismicamente un fabbricato rurale compromesso dal terremoto del secolo scorso.

La proprietaria dei due edifici ora si è resa disponibile, su mia sollecitudine, a rendere pubblica la visita dei due spazi – uno “antico” e l’altro rinnovato – in cui è possibile allestire, per mezzo di un percorso circolare,  piccoli eventi culturali come esposizioni fotografiche. Nel caso specifico, un lavoro fotografico di Alessandra Bello autrice delle foto qui presentate.

Questo valore aggiunto non può certamente essere ripetuto ovunque in paese, ma per effetto della contiguità tra i due edifici (e della complicità della proprietà) è stato possibile introdurre una variazione sul tema dell’uso degli edifici altrimenti abbandonati.