Spogliatoio del campo sportivo di Verzegnis

Localizzazione: Santo Stefafano di Verzegnis (Ud)

Committente: Comune di Verzegnis

Progetto: Mentil Federico e Fabio di Qual

Cronologia: 2021 – 2023

Foto: Alessandra Bello

Testo: Marco Ragonese

 

 

Da cosa nasce cosa!

Progetto di conversione dello spogliatoio del campo sportivo di Verzegnis

La proposta progettuale promossa dall’ amministrazione pubblica del comune di Verzegnis, si sviluppa nell’ambito di due contesti ambientali differenti: il primo riguarda il recupero dell’immobile dell’ex spogliato del campo sportivo comunale ubicato al margine di una zona boscata a Villa di Verzegnis; il secondo è relativo alla sostituzione di alcune attrezzature del percorso vita che dal piccolo edificio dell’ex spogliatoio si sviluppa sino a raggiungere la sommità del colle Mazeit. Il percorso risulta essere di grande fascino perché dall’altipiano che caratterizza il territorio comunale posto su una quota media di circa seicento metri, attraverso un sentiero che si sviluppa in un bosco di faggi, si raggiunge un luogo panoramico dal quale si gode di una visuale grandiosa sulla sottostante confluenza dei fiumi che, dalle valli principali della Carnia, potenziano le acque del Tagliamento. In questo punto, la visuale si apre in un susseguirsi di cime che caratterizzano la prima fascia alpina al sud del confine italo austriaco poco distante.

Il colle di Mazeit è luogo importante anche dal punto di vista storico. Dagli anni novanta del secolo scorso, si susseguono campagne di scavo per portare alla luce le rovine di una villa romana la cui visione diventa occasione per immaginare quale dovesse essere l’importanza strategica di questo settore alpino per il controllo delle migrazioni di popoli provenienti dal Nord.

L’incarico professionale conferito dall’amministrazione comunale di Verzegnis prevedeva che si potesse potenziare l’offerta turistico-sportiva attraverso il riutilizzo dell’ex spogliatoio del campo sportivo. L’immaginazione degli amministratori si fermava alla volontà di ricavare, dal piccolo edificio fatiscente, un punto ove offrire il servizio per uno spogliatoio, un bagno e dei servizi igienici per gli utenti del percorso.

L’intervento che l’amministrazione avrebbe voluto mettere in atto rispetto l’edificio non sarebbe stato in grado di caratterizzare il luogo di partenza o arrivo del percorso e questo ci ha indotti a ripensare il volume e il suo aspetto esteriore, dotandolo di una nuova “pelle” capace di “attivare” un nuovo racconto. Dare un nuovo significato all’aspetto esteriore, attraverso un’azione progettuale necessaria ma non richiesta, ha permesso di realizzare una piccola icona che potesse comunicare l’inizio del percorso al colle di Mazeit, senza l’ausilio di ingombranti indicazioni. L’edificio può così diventare un punto importante nel territorio: l’uso di materiali e forme nuove ha permesso di attivare un processo di rimozione dalla memoria collettiva dell’immagine anni cinquanta e di costruire un nuovo paesaggio, partendo dai segni del passato e attuando semplici azioni di riuso.

Lo sport principale che si pratica nelle valli carniche è, senza dubbio, il calcio. Tra gli sport invernali lo sci da fondo viene praticato da una ristretta nicchia di atleti locali, mentre lo sci alpino è praticato da una moltitudine di turisti che dalla città salgono agli impianti di risalita. Se lo sci alpino è lo sport del rapido consumo, lo sci nordico è diventato una questione “culturale” rafforzata dal numero di atleti che, nel

tempo, si sono distinti in competizioni nazionali e internazionali. Campioni Olimpici e Mondiali, nati e cresciuti in Carnia, sono ancora l’esempio per i giovani che pervicacemente abitano queste valli.

Altra disciplina sportiva praticata è l’arrampicata sportiva. A partire dalle vecchie guide, pionieri di un eroico approccio verticale alla montagna – e chi abita in montagna e la frequenta sa bene di cosa sto parlando – si è sviluppato nel tempo una generazione di atleti che non mirano più al mito della conquista della vetta, ma trovano nell’elegante espressione del gesto sportivo un mondo attraverso cui esplorare il silenzio della propria anima.

Tutto questo inciso, che magari sembra una divagazione rispetto alla descrizione del progetto, è strumentale per capire le scelte da noi operate, ovvero dare una risposta che andasse oltre la richiesta dei desiderata del committente per costruire una nuova immagine dell’edificio oggetto d’intervento.

Aggiungere una nuova funzione rispetto a quella prevista dal Comune ha significato, nell’ambito dell’espletamento dell’incarico, dare un ordine diverso al capitolo di spesa relativo alle somme a disposizione. Oltre alle funzioni interne da realizzare obbligatoriamente, è stata fatta un’analisi dei costi al fine di realizzare un rivestimento esterno in legno di larice. La superficie coperta sarebbe stata del 70% rispetto la superficie totale del rivestimento esterno in intonaco. Grazie alla decisione di non demolire gli intonaci è stata trovata la copertura finanziaria atta alla realizzazione del nostro scopo. Gli intonaci fatiscenti sono rimasti (prima o poi in breve tempo se rifatti sarebbero diventati nuovamente fatiscenti) coperti da una struttura di morali in legno di abete sui quali poter fissare un tavolato di legno di larice. Quest’ultimo elemento è diventata la base di un sistema geometrico di fori passanti, attrezzati con filetto, ai quali fissare degli appigli artificiali in resina epossidica che definissero una superficie “arrampicabile” a uso, soprattutto, dei bambini accompagnati dai genitori che normalmente usano le vicine falesie come palestra di roccia. La nuova “pelle” in legno – e l’attività che vi si svolge – è stata protetta da una nuova orditura del tetto che permette uno sporto più ampio. Sul piano della copertura preesistente, infatti, si è realizzato un doppio ordito di morali di abete tinteggiate di color nero (colore analogo alle parti murarie non coperte dal rivestimento in legno) che definisce due nuove falde asimmetriche. Lo spazio tra la soletta di estradosso e la nuova lamiera di rivestimento della nuova copertura genera una naturale protezione dall’ irraggiamento e dal calore estivo sulle strutture, rendendo così gli interni freschi anche nella stagione estiva. L’uso del colore mette in evidenza il rivestimento in legno e rende omogenei i dettagli: l’edificio si riallinea concettualmente con i vecchi edifici rurali che si incontrano lungo il percorso che porta al colle di Mazeit.

Credo che, dopo l’intervento, il luogo sia maggiormente attrattivo. Credo e mi auspico che questa azione di riqualificazione porti l’amministrazione alla consapevolezza che il progetto di architettura, anche quando fatto di poche risorse, è in grado di migliorare l’ambiente antropico per dare una nuova percezione del paesaggio mediante un dialogo tra natura e artificio più complesso – nell’individuazione dei temi – e semplice – nelle soluzioni – al tempo stesso.

Ogni azione compiuta da chi costruisce genera nel tempo delle esternalità, così come ci insegnano gli economisti. Queste danno valore aggiunto ai luoghi o al contrario peggiorano le condizioni di vita degli abitanti che sono investiti dalle trasformazioni. Mi sento di dire che il nostro intervento, nonostante piccolo e apparentemente di poco conto ha saputo definire un nuovo luogo, capace di suscitare nuovi interessi rispetto alle frequentazioni inesistenti prima dell’intervento. In questa direzione, l’amministrazione vorrebbe ripetere l’esperienza cercando, attraverso questa strategia, di rendere attrattive altre infrastrutture presenti sul territorio comunale. Questo dimostra come piccole azioni in contesti “anonimi” possano donare nuova vita ai luoghi e che interventi con un limitatissimo grado di complessità e un limitato budget possano, a buona ragione, ritenersi sostenibili dal punto di vista ambientale. Infatti, ogni elemento utilizzato proviene da una filiera corta – se non cortissima – e da maestranze locali.

Infine vorrei soffermarmi sulla scelta della materiale di rivestimento, ovvero il tavolato di larice. Si potevano usare pannelli di cemento, di laminato di fibre di legno compresse, di lamiera rinforzata o di legno artificiale colorato o meno. La scelta è stata invece indirizzata verso il legno tagliato in tavole con finitura a taglio di sega, proveniente dalle foreste della Carnia e non dalle terre lontane della siberia ove il materiale tagliato si presenta con superfici omogenee prive di nodosità e imperfezioni. Superfici nodose quelle dei tavolati di alberi cresciuti in questa terra, a giustificazione di pendii scoscesi e condizioni climatiche che hanno impresso agli elementi un’energia interna che ne rende difficile l’uso. Questa scelta, però, non è stata pilotata dalla visione nostalgica che lega l’uso dei materiali alla volontà di appartenenza ai luoghi, forzatamente identitaria. La scelta è ricaduta esplicitamente per motivi legati ai sensi.

“Tutti i sensi, vista compresa, sono estensioni del senso del tatto; i sensi sono specializzazioni del tessuto della pelle, e tutte le esperienze sensoriali sono modi di toccare e perciò in relazione con la tattilità”

J. Pallasmaa in La mano che pensa