Paesaggio Elettrico. Sei Cabine di Distribuzione elettrica nella valle del But

Localizzazione: Valle del But (Ud)

Committente: Secab (società elettrica cooperativa alto but)

Progetto preliminare

Ceschia e Mentil Architetti Associati

(Federico Mentil con Nicola Vignaga)

CFCstudio (Marco Ragonese con Vera Bressan)

Collaboratori: Luca Parolin (agronomo), Cinzia Paganelli, Elena Cristofari

Progetto definitivo

Ceschia e Mentil Architetti Associati (Federico Mentil)

Collaboratori: CFCstudio (Marco Ragonese), Simone Cadamuro

Consulenti e tecnici: Luca Parolin (agronomo)

Progetto Esecutivo

Ceschia e Mentil Architetti Associati (Federico Mentil)

Progetto esecutivo strutturale

Marzi e Todeschini Ingegneri Associati

(Giorgio Todeschini)

Consulenti e tecnici

Luca Parolin (agronomo), Luca Gremese (paesaggio)

Cronologia: 2015 – 2022

Foto: Alessandra Chemollo

Cabine elettriche (Testo di Luca Gibello)

Valle del But, Carnia. Poco prima del Passo di Monte Croce Carnico, che conduce in Austria, si incontrano gli abitati di Paluzza, Cleulis, Timau. Qui, ancora oggi, capita che le case non vengano chiuse a chiave, neppure la notte. Con i rispettivi versanti montuosi di confine, durante la Prima guerra mondiale, queste terre furono teatro delle gesta delle portatrici, rievocate nel fortunato romanzo di Ilaria Tuti, Fiore di roccia (Longanesi, 2020). Il personaggio della protagonista, Agata, è ispirato alla storica figura di Maria Plozner Mentil.

Da quelle parti, in tanti portano quel cognome. Lo porta anche Federico, architetto di mezza età, formatosi a Venezia e lì trattenutosi per aprire uno studio con un collega. Dopo alcune convincenti prove (tra cui un albergo diffuso, riattando un fabbricato rurale, proprio a Paluzza), le loro strade si dividono. Federico sente il richiamo dei luoghi d’origine e vi ritorna in pianta stabile. Così, ormai da una manciata d’anni, da solo o talvolta in compagnia, si adopera a tempo pieno per il suo territorio. Renzo Piano parlerebbe di un “architetto condotto”, ovvero di colui che, in quelle zone di montagna un po’ depresse dalle problematiche comuni a tante aree interne della nostra penisola, individua le occasioni di progetto e prefigura, prima ancora che oggetti solidi, scenari e interlocutori.

In particolare, ci soffermiamo su un lavoro avviato tre lustri fa, quando ancora Federico era combattuto tra Laguna veneta e Alpi.

La richiesta giunge a lui e al collega Marco Ragonese da una società cooperativa, fondata a inizio Novecento onde fornire energia elettrica alla Valle del But. Progettare sei piccole cabine elettriche di distribuzione, che avrebbero permesso d’interrare la linea aerea primaria, eliminando i grossi piloni di acciaio e riducendo, di conseguenza, le manutenzioni. Un compito all’apparenza banale: piazzare in mezzo ai prati i soliti gabbiotti in cemento armato. Per mitigarne gli impatti ambientali, le norme di piano impongono di schermarli con recinti d’arbusti; oppure di inserire gli impianti all’interno di vecchi fienili; o, ancora, di erigere ex novo involucri finto antichi. In quest’ultimo caso, le cabine elettriche risulterebbero camuffate da mini baite, realizzate in cemento ma rivestite in pietra e legno con tetto a due falde. Il solito equivoco dell’ossequio alla tradizione.

Federico, però, sceglie un’altra strada. Opta per manufatti tutti differenti tra loro, una sorta di “dispositivo paesaggistico” che reagisce alla condizione topografica, in base alla specifica collocazione. Una mera infra- struttura tecnica diventa così l’occasione per concepire installazioni seriali che stimolino interazioni tra il passante e l’ambiente. Ne scaturiscono un osservatorio faunistico, due terrazze panoramiche e, presso gli abitati, una fermata del bus e un collegamento in pendenza tra strada e percorsi pedonali. Il tutto in forma di terrazze, stanze a cielo aperto, pergole, gabbie, pensiline, scale, camminamenti. Al cemento armato si combinano, a seconda delle circostanze, il ferro e il legno. La proposta piace ai committenti, ma è del tutto invisa alle commissioni edilizie e paeaggistiche comunali, forse anche perché non si sono mai trovate davanti a nulla di simile, e non sanno come valutarla, ovvero come incasellarla rispetto al quadro normativo: sono cabine elettriche o che cosa diavolo sono?

Tuttavia, arriva il parere favorevole da Soprintendenza e Regione, che sblocca l’impasse.

Quest’ultima, addirittura, ne fa un “progetto pilota” per il Piano paesaggistico del Friuli Venezia Giulia, all’epoca in corso di redazione.

Perché ne parliamo a distanza di circa cinque anni dalla conclusione dei cantieri?

Perché quelle piccole opere, oggi, hanno probabilmente acquistato ancora più senso rispetto a quando furono concepite e realizzate. Nel frattempo, magari, hanno esaudito solo in parte o per nulla l’auspicio dei progettisti circa la loro “funzione aggiunta”. Tuttavia, col passare del tempo esse sono invecchiate bene, divenendo parte dell’ecosistema. Come da programma, sono state colonizzate dalla vegetazione, e sono divenute familiari alla fauna alpestre, che le ha talvolta adottate come rifugi. Sono diventate parte del pae- saggio anche dal punto di vista della nostra percezione visiva, così come lo sono i ruderi dell’edilizia rurale storica, che ci paiono lì da sempre; altra cosa dall’essere anonimi cubi di cemento che degradano l’ambiente.

A differenza dei suoi colleghi, che interpellano il fotografo non appena terminata l’opera e tolti i ponteggi, prima che essa venga “contaminata” da utenti e usi, Federico ha pazientemente atteso a far ritrarre (da una nota fotografa di architettura, nda) le sue cabine elettriche.

Ha aspettato che il tempo e la natura facessero il loro lavoro, perché tempo e natura erano parte del progetto. Ha aspettato che i materiali si macchiassero e si riempissero di muschi, che il legno si ossidasse, si scurisse o scolorisse, che i grigliati metallici si arrugginissero e si ammantassero di rampi- canti, che le erbacce infestassero i basamenti. Morale della favola. Si può fare architettura anche nella modestia di gesti misurati, sebbene d’autore. Si può fare architettura anche occupandosi di temi del tutto secondari, negletti, con budget limitati.

Paesaggio Elettrico (Testo di Marco Ragonese)

Il progetto delle sei cabine elettriche nasce nel 2007 in occasione dell’interramento della linea elettrica aerea che alimenta i paesi della Valle del But, nelle Alpi Carniche.

Lo scopo del progetto, di seguito illustrato, era quello di affrontare architettonicamente un tema puramente “funzionale”, nel tentativo di rendere palesi le esigenze e le necessità che sorgono nel momento in cui un oggetto tecnologico viene collocato in contesti paesaggisticamente rilevanti. Lo sforzo è stato quello di coinvolgere la cittadinanza – SECAB, committente dell’opera, è una cooperativa a cui sono associati buona parte degli abitanti della valle – affinché si comprendesse l’opportunità di non abbandonarsi a facili mimetismi o a soluzioni da abaco tipologico ma che  la realizzazione delle cabine tecnologiche  diventassero un sistema territoriale riconoscibile e utile.

Gli interessi

L’interramento della linea elettrica aerea che dalla sorgente del Fontanone ai piedi del pizzo dei Camosci si sviluppa fino alla stretta di Enfretors nei pressi di Paluzza ha introdotto il tema del posizionamento di una serie di manufatti tecnologici – le cabine di controllo e distribuzione dell’energia elettrica al servizio della linea elettrica interrata – e il conseguente coinvolgimento dei diversi attori operanti sul territorio (la società elettrica Secab come proponente, il comune di Paluzza, l’Anas, la regione Friuli Venezia Giulia, la provincia di Udine e la Soprintendenza della provincia di Udine). Il progetto complessivo considera le caratteristiche e le peculiarità del luogo per poter instaurare una relazione dialettica finalizzata non solo a rispondere a esigenze tecniche precise ma capace di generare nuove possibilità e esaltare potenzialità inespresse. La proposta si struttura su un’analisi del territorio in relazione ai vincoli di localizzazione delle singole cabine (distanza dalla strada e dai confini proprietari, limiti di sicurezza e ottimizzazione della linea), utilizzando queste limitazioni come materiali attraverso cui interagire con la committenza e negoziare le soluzioni architettoniche. Alla necessità di integrare le cabine elettriche con il paesaggio si è risposto non soltanto puntando alla possibilità di ridurre l’impatto visivo – così come previsto dal Piano regolatore comunale – ma fornendo un valore aggiunto che consente ai singoli oggetti progettati di costituire una rete territoriale, unendo i punti di interesse localizzati in questa porzione di Carnia. Questo approccio permette un dialogo diretto tra la committenza e i cittadini, costruendo uno spazio di consenso in cui l’infrastruttura si trasforma in nuovi e fruibili luoghi del paesaggio.

Il tempo

II progetto prevede che le sei cabine continuino, attraverso gli usi previsti o quelli soltanto suggeriti, un processo di trasformazione non pianificabile aprioristicamente. La crescita delle pareti vegetali, l’invecchiamento dei rivestimenti in legno o in lamiera di ferro non trattati così da stimolare probabili contaminazioni tra le parti, il posizionamento all’interno di ambiti a basso impatto antropico consente di raggiungere nuove configurazioni per ciascun manufatto. Alle connessioni tematiche previste tra le cabine – legate ai tempi di percorrenza, alle emergenze storico artistiche, alle attività sportive – ciascun visitatore può innescare nuove relazioni e modificare le intensità di utilizzo. Tracce nell’erba, piccoli sentieri, variazioni nel colore di un marciapiede sono i segnali di una nuova geografia non formalizzata, né progettata. La proposta prevede anche che il sistema non “funzioni”, ovvero che le cabine non vengano utilizzate dalle persone della valle: in questo caso la struttura continua la sua funzione infrastrutturale, fornendo ospitalità alla fauna (nidificazione, colonizzazione) e supporto alla crescita della vegetazione circostante.

L’adattabilità

Innestarsi su un muro di contenimento per diventarne una variazione, scavare il terreno per trasformarsi in una terrazza da cui inquadrare il paesaggio, utilizzare il dislivello per ricavare una stanza all’aperto, sono alcune delle azioni compiute per la realizzazione del sistema delle cabine. Adattamento attraverso la lettura delle condizioni di contesto, rifuggendo la mimesi e il mascheramento.

La precisione

Il progetto lavora su due modalità opposte ma complementari, in cui alla precisione della singola costruzione si affianca la labilità di un sistema di relazioni che permette di aprire il progetto a contributi e cambiamenti.

La tecnologia

La strategia utilizzata per la costruzione è finalizzata all’utilizzo di materiali e manodopera a km0, così da sfruttare al meglio la conoscenza costruttiva e la disponibilità di materia prima. La sostenibilità viene associata non esclusivamente a scelte linguistiche ma a un’economia di scala direttamente rapportabile al territorio. L’utilizzo di materiali locali ma utilizzati con differenti modalità costruttiva – rispetto agli abachi di soluzioni finto tradizionali allegati ai piani regolatori – contribuisce a rendere visibile i manufatti e a renderli delle anomalie “domestiche”. Oggetti capaci di attrarre grazie alla loro empatia col territorio e,al tempo stesso, per la loro totale estraneità.

Da elementi funzionali a nuovi luoghi nel paesaggio (testo di Federico Mentil)

 Nella visione contemporanea la percezione del paesaggio passa sempre di più da strumenti che “sorvolano” il territorio, appiattendone la morfologia, le caratteristiche e le peculiarità per restituirlo all’omogenea bidimensionalità dello schermo di un computer. Ogni progetto dovrebbe, quindi, prendere in considerazione le caratteristiche e le peculiarità di un luogo per poter instaurare una relazione dialettica finalizzata non solo a rispondere a esigenze precise, ma capace di generare nuove possibilità.

La proposta per le cabine elettriche SECAB persegue queste finalità, partendo da un’attenta analisi del territorio in relazione ai vincoli di localizzazione delle strutture. Fornendo una lettura pluriscalare sarà possibile comprendere come gli oggetti progettati interagiranno con l’ambiente naturale dell’alta valle del But, in modo integrato e sostenibile. Questo approccio permetterà di comprendere tutti gli aspetti e le peculiarità del territorio anche per coloro che non ne comprendono appieno le potenzialità inespresse.

Alla necessità di integrare le cabine elettriche con il paesaggio – il programma prevede l’interramento dell’attuale linea elettrica – si è così risposto non soltanto puntando alla possibilità di ridurre l’impatto visivo ma fornendo un valore aggiunto che consenta ai singoli oggetti progettati di costituire una rete territoriale, unendo i punti di interesse in questa porzione di Carnia. Le nuove costruzioni saranno “sentite” come una parte integrante del territorio, costituendo un modello estendibile ad altre realtà simili.

Metodologicamente si è operata la scomposizione del paesaggio attraverso l’esclusione mirata dell’insieme visivo, così da evidenziare alcuni elementi, considerati “punti notevoli”. Mediante i “quadri visuali”, definiti dalle soluzioni architettoniche progettate per le cabine, vengono selezionati gli elementi morfologici primari del paesaggio. In questo modo l’osservatore potrà mettere in relazione i “punti notevoli” con il luogo da cui si guardano e, visitando le diverse cabine, apprezzerà l’apparente modificazione indotta dalla mutata percezione. Non più spettatore passivo ma, grazie a questo nuovo “paesaggio selezionato”, parte attiva e consapevole del luogo che sta osservando.

Le nuove cabine SECAB rappresenteranno, così, i punti di una rete che mediante percorsi tematici connetterà gli elementi caratterizzanti il territorio. Le peculiarità naturalistiche, storico-artistiche o legate alla cultura materiale potranno essere lette in maniera unitaria grazie all’organizzazione di itinerari che troveranno nelle nuove cabine, arricchite di nuove funzionalità, dei “luoghi” dove poter svolgere diverse attività o sostare prima di proseguire nella visita dell’alta valle del But. Non è da escludere che i nuovi manufatti diventino esse stesse degli “eventi”, capaci di attivare flussi turistici  (come accade in altre località con i musei diffusi) e processi di sensibilizzazione sui temi dell’ecologia e dalla sostenibilità ambientale. La loro architettura prevede, infatti, l’uso di materiali eco-compatibili e sostenibili che, fungendo da sostegno per la crescita della vegetazione, si inseriranno senza contrasti negli ecosistemi esistenti facendo si che  la scelta di interrare la linea elettrica possa con i progetti proposti  costruire un paesaggio più complesso migliorando  la vita dei suoi abitanti.

Il progetto vegetale (testo di Luca Gremese)

Il giardino, nella sua evoluzione storica, ha sempre rappresentato un elemento di eccezionalità rispetto al contesto. Lo stupore, la meraviglia, la particolarità sono connaturati e legati al concetto di giardino da millenni. Il risultato è stato via via ottenuto attraverso la combinazione di artifici compositivi, tecnici, botanici. Rritengo invece che nel paesaggio odierno, fortemente antropizzato, l’elemento di casualità, di apparente caos, di naturalità, costituisca l’attrattiva maggiore. All’iniziale idea di verde come ornamento e parziale mitigazione delle strutture architettoniche, ho quindi preferito una strada più impervia, ma sicuramente più corretta e più interessante: la ri-naturalizzazione del contesto, soluzione oltretutto deontologicamente preferibile, soprattutto in contesto alpino, per evitare la diffusione di specie alloctone o richiedere un intervento fitosanitario potenzialmente impattante sull’ambiente.

In linea con la concezione del progetto architettonico, l’intervento di completamento verde è stato fin da principio orientato ad una grande sostenibilità, ecologica ed economica, sia in fase di realizzazione che nelle previsioni di cura del verde, in una logica sottrattiva.

Cardine del progetto paesaggistico, accompagnare i volumi e gli spazi  edificati con un contrappunto vegetale che seguisse le stesse dinamiche dei materiali impiegati nei manufatti.

L’articolazione di spazi e percorsi nasce così dalla combinazione di varietà scelte e diversificazione delle pratiche di cura del verde: alcune superfici, caratterizzate da substrato estremamente magro, dopo un primo intervento di semina di varietà erbacee spontanee pioniere, sono state lasciate totalmente intoccate, in modo da favorire l’evoluzione di popolazioni di complessità e diversità crescente. Lo sfalcio è stato previsto solamente per le zone destinate ad accesso e sosta – sia per le routine sugli impianti, sia nel quadro del percorso alpino che unisce le cabine.

Trattandosi di manufatti con una funzione principale specifica, l’approccio consueto – pulizia totale delle superfici di pertinenza – sarebbe stato l’indirizzo più ovvio, ma al contempo il meno opportuno.

Per questa ragione, grande impegno è stato profuso nel fornire indicazioni estremamente precise, poiché del tutto inusuali, agli addetti alla manutenzione del verde. Si è insistito molto sulla necessità di conservare zone di rispetto, a carattere decisamente naturalistico. Una volta raggiunto questo obiettivo, con una comunicazione mirata condotta personalmente sul posto, l’eccezionale collaborazione del personale ha consentito di ottenere risultati notevoli già dal primo anno, con l’insediamento indisturbato di una flora ruderale molto varia sulle superfici interessate dal cantiere appena concluso. La vegetazione spontanea ha avuto un ruolo di protezione per le varietà piantate, a garantire la “vestizione” graduale delle cabine. In un’epoca climaticamente critica, questo approccio ha permesso di mitigare sensibilmente molti effetti negativi, che si avvertono ormai anche in area alpina. Vaia, l’evento catastrofico del 2018, ha avuto un impatto limitatissimo sulle piante messe a dimora, soprattutto grazie all’impostazione iniziale.

Questa scelta ha determinato ovviamente anche le qualità estetiche del lavoro, che presenta panorami sempre nuovi, ad ogni stagione. L’intreccio tra le specie avventizie (ad esempio Convolvolus arvensis), le specie spontanee stabili e quelle scelte in fase di progetto, come ad esempio Clematis sp. Lonicera sp. Hedera helix, Sorbus aucuparia, rafforza l’idea iniziale.

Lo scenario si è evoluto negli anni in un equilibrio dinamico, diventando un osservatorio sperimentale delle delicate interazioni tra uomo e natura, facilmente accessibile viste le premesse del progetto architettonico.