La «trilogia dei cimiteri»: tre cinerari nei camposanti di Paluzza, in Carnia (cimitero di Rivo)
Progetto: Federico Mentil (Ceschia e Mentil Architetti Associati)
Committente: Comune di Paluzza (UD)
Destinazione d’uso: cinerari
Ingegneria strutturale: ing. Todeschini
Impresa esecutrice (general contractor): Cella Costruzioni, Udine
Progettazione: 2021 · Costruzione: dal 2022 · Completamento: 2025
Materiali: marmo bianco di Carrara, ferro, cemento armato
A Rivo l’opera si sdoppia: dentro il perimetro cimiteriale, il vecchio ossario è ripensato attorno alla luce che filtra da una fessura a forma di croce; fuori dalle mura, un nuovo volume in calcestruzzo armato (bocciardato fino ad assumere la porosità del tufo, destinato a invecchiare fino al colore della pietra antica) incornicia la valle con una grande apertura e rinuncia al tetto, aprendo lo spazio verso il cielo. Viene così riqualificato un luogo promiscuo che, sino a quel momento, era sia parcheggio sia accesso al cimitero, creando uno spazio di raccoglimento e rispetto durante l’inumazione. Attraversano i tre luoghi alcuni elementi ricorrenti: l’altare e il portalumini in acciaio, le piastre di marmo bianco di Carrara a tamponamento di ogni celletta, un dialogo costante con il paesaggio. A tenerli insieme è soprattutto il tempo che, nelle superfici e nella vegetazione, non è l’avversario dell’opera ma la sua materia. Commissionati dal Comune di Paluzza e progettati nel 2021, i tre cinerari sono stati costruiti a partire dal 2022 dall’impresa Cella Costruzioni di Udine, con le strutture dell’ing. Todeschini, per un investimento complessivo di 135.000 euro. « In tutti e tre gli interventi ho cercato un’architettura che non si imponesse, ma che si amalgamasse con lo spazio cimiteriale e con il paesaggio circostante. È una forma di mimesi: non copiare il luogo, ma tornare a farne parte», afferma Federico Mentil, autore del progetto. « Un luogo di sepoltura non deve chiudere lo sguardo sul dolore, ma orientarlo: è in quella tensione che torna a parlare ai vivi.» Più che monumenti alla morte, i tre cinerari si offrono, dunque, come un’architettura per chi resta.












































